venerdì 26 aprile 2013

Stiamo arrivando


ACHILLE (rimettendosi l’elmo)   Combattete voi come gli eunuchi, se volete; io mi sento un uomo, e se di questo esercito nessuno ardisce, affronterò io queste donne! A me non importa che indugiate qui, nel fresco degli abeti, pieni di voglia impotente, lontani dal letto della battaglia che le circonda: per lo Stige, sono d’accordo che torniate a Troia. Che cosa vuole da me, questa divina, lo so; messaggeri a sufficienza , alati, di traverso l’aria mi ha mandato, a sussurrarmi con mormorio di morte il suo desiderio. In vita mia, mai mi ritrassi di fronte ad una bella; da quando la barba mi è spuntata, amici cari, lo sapete, volentieri ho assecondato le voglie di ciascuna: se a costei, fino ad oggi, mi sono rifiutato, per Giove, per il dio del tuono, ciò è avvenuto perché non ho ancora trovato il posticino fra i cespugli, dove indisturbato, esattamente come il suo cuore vuole, prenderla ardente tra le braccia su guanciali di bronzo. In breve: andate, vi seguirò al campo greco; l’ora d’amore non può più tardare: ma anche se dovessi per intere lune e per anni fremere per lei: il carro, lì, lo giuro, non guiderò verso gli amici, e non rivedrò Pergamo prima di averla fatta mia sposa e di poterla trascinare per le strade a testa china, la fronte inghirlandata da ferite mortali. Seguitemi!         

Heinrich von Kleist - Pentesilea

venerdì 29 marzo 2013

A Gabriele



Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –
 questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

22 marzo 1950.

Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Giulio Einaudi Editore  

giovedì 28 febbraio 2013

Alessio, Francesco e Lorenzo


L’ULTIMO BORGO

S’erano fermati a un tavolo
d’osteria.
                   La strada
era stata lunga.
                               I sassi.
Le crepe dell’asfalto.
                                           I ponti
più d’una volta rotti
o barcollanti.     

                           Avevano
le ossa a pezzi.
                              E zitti
dalla partenza, cenavano
a fronte bassa, ciascuno
avvolto nella nube vuota
dei suoi pensieri.
                             
                                   Che dire.
Avevano frugato fratte
e sterpeti.
                     Avevano
fermato gente – chiesto
agli abitanti.
                         Ovunque
solo tracce elusive
e vaghi indizi – ragguagli
reticenti o comunque
inattendibili.
                     
                           Ora
sapevano che quello era
l’ultimo borgo.      
                              Un tratto
ancora, poi la frontiera
e l’altra terra: i luoghi
non giurisdizionali.
                                
                                       L’ora
era tra l’ultima rondine
e la prima nottola.
                                     Un’ora
già umida d’erba e quasi
(se ne udiva la frana
giù nel vallone) d’acqua
diroccata e lontana.

Giorgio Caproni - Poesie inedite in volume (1974 – 1978)    

martedì 5 febbraio 2013

Il riflesso del tragico antico nel tragico moderno




La stirpe di Labdaco è dunque oggetto dell’asprezza degli Dèi infuriati, Edipo ha ucciso la Sfinge, liberato Tebe, Edipo ha assassinato suo padre, sposato sua madre, e Antigone è il frutto di questo matrimonio. Così nella tragedia greca. Qui io mi discosto. Presso di me tutto resta eguale, eppur tutto è diverso. Che Edipo abbia ucciso la Sfinge e liberato Tebe è noto a tutti, ed egli vive ammirato e onorato, felice del suo matrimonio con Giocasta. Il resto è celato agli occhi degli uomini, e nessun presentimento a quello spaventoso sogno ha mai dato corpo. Solo Antigone lo conosce. Il modo in cui sia venuta a conoscerlo sta al di fuori dell’interesse tragico, e a tale riguardo ciascuno potrà abbandonarsi a congetturare come gli piace. In tenera età, prima ancora d’aver pienamente superato l’adolescenza, oscure allusioni di questo spaventoso segreto hanno momentaneamente preso la sua anima, finché la certezza d’un colpo la getta nelle braccia dell’angoscia. Qui, dunque, ho subito una determinazione del tragico moderno. L’angoscia è infatti una riflessione, e in tal senso è essenzialmente diversa dalla pena. L’angoscia è l’organo attraverso cui il soggetto s’appropria della pena e se l’assimila. L’angoscia è la forza del movimento attraverso cui la pena s’insinua nel cuore. Ma il movimento, tale movimento, non è rapido come quello della saetta, è successivo, non è una volta per tutte, ma diviene costantemente. Come un occhiata passionalmente erotica brama il suo oggetto, così l’angoscia guarda alla pena per bramarla. Come un irremovibilmente quieto sguardo d’amore sta intento sull’oggetto amato, così è l’auto-occuparsi dell’angoscia con la pena. Ma l’angoscia ha in sé un momento in più che la fa stare ancor più fortemente aderente al suo oggetto, perché essa e lo ama e lo teme. L’angoscia è una doppia funzione, da un lato è il movimento che scopre, che costantemente palpa e con questo tocco scopre la pena mentre vi gira attorno; dall’altro lato è improvvisa, pone in un attimo solo tutta quanta la pena, ma pur così che quest’attimo istantaneamente si scompone in una successione. L’angoscia in questa accezione è un autentica determinazione tragica, e il detto antico “quem deus vult perdere, primum dementat” si può qui realmente impiegare come verità. Che l’angoscia sia una determinazione della riflessione è mostrato dal linguaggio stesso, perché io dico sempre “che sono angosciato per qualcosa”, con la quale espressione separo l’angoscia da ciò per cui sono angosciato, e non posso mai impiegare l’angoscia in senso oggettivo, mentre invece quando dico “la mia pena”, posso esprimere tanto ciò per cui sono in pena quanto il mio pensare al riguardo. S’aggiunge inoltre il fatto che l’angoscia contiene sempre in sé una riflessione di tempo, perché non posso angosciarmi sul presente, ma solo per il passato o per il futuro, e il passato e il futuro, così opposti tra loro che ciò che è del presente scompare, sono determinazioni di riflessione. La pena greca invece è, come tutta la vita greca, del presente, e perciò è più profonda, ma minore è il dolore. L’angoscia appartiene perciò essenzialmente al tragico.
Søren Kierkegaard - Enten-Eller, Tomo Secondo, a cura di Alessandro Cortese (Adelphi, Milano 1980)

venerdì 28 dicembre 2012

Siamo Nati A Matelica


*Ach, wo ist Juli
Und das Sommerland 
Quel giovanottone di provincia, però, si porta dietro anche qualcosa di più profondo e intenso, qualcosa di incancellabile e importante sul piano morale e culturale, dei sentimenti e delle attitudini. Porta con sé a Milano la marchigianità. Che non è solo quel radicamento, quel forte senso di appartenenza che lo spingerà a tornare ad Acqualagna e a Matelica nonostante il sovraccarico di impegni, in ogni occasione possibile. Mattei rivendicherà sempre, apertamente e orgogliosamente, il legame con la sua terra, delle cui sorti si preoccuperà, nei cui confronti si sentirà profondamente debitore, cercando continuamente di saldare quel debito con iniziative economiche e assistenziali. Per questo, e non per banale clientelismo, la maggior parte dei suoi collaboratori saranno marchigiani. Per uno di costoro, l’economista anconetano Giorgio Fuà le cose stanno semplicemente così: “I marchigiani amano la loro terra e ci vogliono tornare. Anche Mattei faceva tanto e appena poteva correva qui”. Ma per il sociologo Achille Ardirò la marchigianità è anche caparbia volontà di riscatto: “Credo che non si possa comprendere Mattei” ha scritto in un lavoro rievocativo negli anni Ottanta “senza tenere conto del suo essere marchigiano.[…] Le Marche […] erano una terra di laboriosissimi contadini ed artigiani, con un’enorme capacità di sacrifici e di imprenditorialità […] bloccata dalla mezzadria  e dalla lontananza dalle grandi aree metropolitane. Questa potenzialità, che è esplosa negli anni Sessanta e Settanta, […] formava grandi lavoratori in cerca di una liberazione dall’arretratezza dei rapporti sociali e dai vincoli geografici”. D’altra parte proprio la mezzadria così diffusa nelle Marche e in Romagna ha contribuito, secondo le analisi di molti storici, a sviluppare, generazione dopo generazione, quella imprenditorialità diffusa che ha fatto di quelle regioni due tra le più  laboriose e ricche d’Italia: il mezzadro in fondo era imprenditore di se stesso, anche se doveva versare la metà della sua produzione al “padrone”, e la sua più forte aspirazione era accumulare abbastanza denaro per comprare il fondo sul quale lavorava. E’ questa la marchigianità  che Mattei si porta dietro a Milano, non una forma patetica e folcloristica di nostalgia del focolare ma una quasi rabbiosa volontà di affermazione.
Carlo M. Lomartire - Mattei. Storia dell'italiano che sfidò i signori del petrolio

*“Ah! dov’è luglio e il paese d’estate?” (da Canto di Vita, Hugo von Hofmannsthal, trad. di Elena Croce)

giovedì 6 dicembre 2012

La Mort heureuse



Henri Cartier-Bresson, Albert Camus, Paris 1944 (collezione privata Lorenzo Gramaccioni)  

“Le chiedo scusa, Zagreus, ma è da molto che non parlo più di certe cose. Perciò non so più, o non so bene. Quando guardo la mia vita e il suo colore segreto, mi sento dentro come un tremito di lacrime. Come questo cielo. E’ pioggia e sole allo stesso tempo, mezzogiorno e mezzanotte. Ah, Zagreus! Penso alle labbra che ho baciato, al bambino povero che sono stato, alla follia di vita e di ambizione che mi trascina in certi momenti. Io sono tutte questa cose contemporaneamente. Sono sicuro che in certi momenti non mi riconoscerebbe. Eccessivo nell’infelicità, smisurato nella felicità, non so come dire”.

“Agisce contemporaneamente a vari livelli?”

“Sì, ma da dilettante” disse Mersault con veemenza. “Ogni volta che penso a questo cammino di dolore e di gioia in me, so bene, e con quale passione, che la parte che recito io è la più seria, la più inebriante di tutte”.


Albert Camus

lunedì 26 novembre 2012

Guglielmo Gramaccioni



Io come sono solo sulla terra
coi miei errori, i miei figli, l’infinito
caos dei nomi ormai vacui e la guerra
penetrata nell’ossa!... Tu che hai udito
un tempo il mio tranquillo passo nella
sera degli Archi a Livorno, a che invito
cedi – perché tu o padre mio la terra
abbandoni appoggiando allo sfinito
mio cuore l’occhio bianco?... Ah padre, padre
quale sabbia coperse quelle strade
su cui insieme fidammo!Ove la mano
tua s’allentò, per l’eterno ora cade
come un sasso tuo figlio – ora è un umano
piombo che il petto non sostiene più.

Giorgio Caproni