sabato 18 febbraio 2012

Làska



Kira al Monte Terminillo


Entrata di corsa nella palude, immediatamente, fra gli odori a lei noti delle radici, delle erbe palustri, della ruggine, e il lezzo estraneo dello sterco dei cavalli, Làska sentì l’odore, sparso per tutto quel luogo, della selvaggina, l’odore che più di tutti gli altri, l’agitava. Qua e là, per il muschio e le bardane palustri quest’odore era assai forte, ma non si poteva stabilire in quale direzione si rafforzasse oppure si indebolisse. Per trovare la direzione bisognava andare più lontano, sottovento. Senza sentire il movimento delle proprie zampe, con un galoppo teso, tale che a ogni balzo avrebbe potuto fermarsi se si fosse presentata la necessità, Làska corse a destra, lontano dal venticello antelucano  che soffiava da oriente, e si voltò verso il vento. Aspirata l’aria con le narici dilatate, sentì subito che non soltanto le tracce, ma loro erano lì, davanti a lei, e non una, bensì molte. Làska diminuì la velocità della corsa. Loro erano lì, ma dove esattamente lei non lo sapeva ancora con precisione. Per trovare proprio il posto, aveva già cominciato un giro, quando a un tratto la voce del padrone la distrasse. “Làska! Qui!” disse il padrone, indicandole l’altra parte. Lei stette un po’ ferma, domandandogli se non fosse meglio fare come lei aveva cominciato. Ma lui ribadì l’ordine con una voce arrabbiata, indicando un gruppo di rialzi nel terreno semisommersi dall’acqua, dove non poteva esserci nulla. Lei gli obbedì, fingendo di cercare per fargli piacere, si trascinò per tutto l’ammasso di monticelli e ritornò al posto di prima ed ecco che subito li sentì nuovamente. Adesso che lui non la disturbava, sapeva che cosa fare, e senza guardarsi sotto le zampe cominciò un giro che doveva rivelarle il punto preciso. Il loro odore la colpiva sempre più forte, più forte e più netto e, a un tratto, fu certa che una di loro era lì, dietro quel monticello, cinque passai davanti a lei; si fermò e si irrigidì con tutto il corpo. Con le sue zampe corte non poteva veder nulla davanti a sé, ma sapeva dall’odore che “essa” era posata lì, a non più di cinque passi. E continuava a star ferma, sentendola sempre più e godendo dell’aspettativa. La sua coda tesa era allungata e tremava soltanto proprio sulla punta. La sua bocca era leggermente aperta, le orecchie sollevate. Un’orecchia le si era rovesciata già durante la corsa, e lei respirava in modo pesante ma cauto, e ancor più cautamente si voltò più con gli occhi che con la testa verso il padrone. Lui, con la faccia alla quale era abituata, ma sempre con gli occhi terribili, camminava inciampando per i monticelli in modo che a lei sembrasse straordinariamente lento. Le sembrava che lui camminasse lentamente, invece correva.
“Cerca, cerca” gridò Lèvin spingendo Làska nelle terga.
“Ma io non posso andare” pensava Làska. “Dove vado?Di qui le sento ma se mi muovo in avanti, non capirò più niente, né dove sono né cosa sono. ”
Ma ecco che lui la spinse con un ginocchio e con un bisbiglio agitato proferì:  “Cerca, Làska, cerca”.
“Ebbene, se lui lo vuole, lo farò, ma ormai non rispondo  più di me,” pensò lei e si lanciò in avanti fra i monticelli a gambe levate. Adesso ormai non fiutava più nulla e vedeva e sentiva soltanto, senza rendersi conto di nulla.
Lev Tolstoj – Anna Karenina

mercoledì 8 febbraio 2012

Imparerai.


(…)potrai andare molto più lontano di quello che avresti pensato quando credevi di non farcela.
William Shakespeare

venerdì 27 gennaio 2012

Evviva i veri turisti della montagna.

Un’Alfa nera percorre decisa lo spazio che separa la capitale dei delitti dai Monti del Cicolano:la conduce un ragazzo  dai capelli chiari, “il biondino d’Arcevia”, che lesina la potenza dei cavalli che scalpitano sotto il suo culo; è consapevole che il meglio lo darà sul misto dei tornanti reatini. Al suo fianco “il progressista” legge il giornale e informa gli altri dei tristi eventi che stanno sconvolgendo la loro misera patria. Dietro di loro “Reinhold la guida” ostenta silenziosamente una magnetica calma: è lui che conosce la meta del viaggio e che dispone dei contatti necessari per portare a termine l’operazione nel migliore dei modi.

Sarebbe questa la scena d’apertura di un film su tre giovani romani che negli anni settanta sono diretti ad un Campo Hobbit su un altopiano laziale con il bagagliaio pieno di armi. Ma questo non è un film, questa è la realtà e fa molto più paura (cit. Lucarelli).

Sabato 7 gennaio 2012 Roma è scaldata da un bellissimo sole: la giornata ideale per Alessio, Francesco e il sottoscritto per raggiungere le pendici del Monte Nuria e violarne i misteriosi segreti. Si viaggia in orario quasi perfetto (assolutamente trascurabile il dettaglio che gli amici più cari non abbiano ancora ben chiara l’esatta ubicazione della tua abitazione nonostante un paio d’anni di glorioso domicilio). I minuti  trascorrono piacevolmente mentre si affrontano tipici discorsi scanzonati da gita domenicale: Aldo Moro e la politica d’ancoraggio all’occidente, riforma elettorale più Corte Costituzionale,il ruolo dell’IRI nello sviluppo economico del dopo guerra, la Cassa di risparmio del mezzogiorno e le responsabilità della DC nell’arretratezza del Sud con un focus sull’attualità o meno del blocco agrario descritto da Gramsci nella “Questione meridionale”.   

Tutto sembrerebbe procedere per il meglio se non fosse che dietro una curva ad un paio di chilometri da Piano del Rascino la Grande Mietitrice è in agguato con la sua falce, sotto forma di lastre di ghiaccio spesse un paio di metri. La faccia dell’automobilista che transita accanto a noi in direzione opposta con vettura dotata di catene da neve in oro massiccio non lascia spazio ad alcuna interpretazione : “so cazzi vostra”. In un grottesco mix di abilità e fortuna riusciamo a mettere in salvo la preziosa berlina nei pressi di un fontanile. Ed è qui che inaspettatamente avviene l’incontro più proficuo della giornata: Davidone è un giovane del posto educato e generoso, gestisce con successo una ditta di manutenzione di impianti termici (nel suo portfolio anche alcuni prestigiosi condomini della Balduina) e soprattutto dispone di GOMME TERMICHE. Nell’attesa che il suo bastardino termini l’accoppiamento con un cinghiale si offre di accompagnarci al Piano. Timidamente accettiamo i suoi servizi: la strada a causa del ghiaccio è particolarmente infame e lo stesso esperto Davide rischia di rigirarsi un paio di volte ;lo invitiamo prudentemente a tornare indietro e solo dopo esserci accertati che tutto proceda al meglio lo salutiamo.

Alle 11:30 ci incamminiamo di buon umore nonostante gli imprevisti in direzione del Nuria passeggiando tra neve e ghiaccio (non ci demoralizza neanche il paragone con l’ARMIR che in scarpe di cartone abbandona il fronte orientale proposto da Francesco) e dopo circa un ora sostiamo sotto gli invisibili ruderi del Castello di Rascino. Appare chiaro a quel punto che il programma iniziale dell’escursione è saltato e dopo un breve giro di consultazioni e dichiarazioni d’intenti realizzo che a saltare è soprattutto la prenotazione del tavolo riservato a mio nome per le 14:30 nel miglior ristorante di Borgorose. Si decide infatti di procedere verso il sovrastante lago del Cornino: con il cuore divorato dall’odio per i 2 stronzi al mio fianco percorriamo l’unico tratto ascendente dell’escursione. In circa quaranta minuti raggiungiamo il laghetto completamente ghiacciato di fronte al quale consumiamo il nostro fantasmagorico rancio offerto (con amore) da Francesco: un pezzo di pizza bianca sfornato nell’Italia pre-unitaria e 2 barrette kinder.

Inebriati da tale esperienza gustativa (immancabile il solito Gatorade al pompelmo rosa anche noto come il killer principe della salivazione) ci incamminiamo sulla via del ritorno: il sole calante permette comunque di renderci conto che siamo gli unici organismi viventi in un raggio di almeno dieci chilometri quadrati, regalandoci una benefica sensazione d’inquietudine. Acceleriamo il passo e raggiungiamo alle 14:30 il versante opposto dell’altopiano mentre angoscianti le prime ombre delle montagne ci avvolgono. Un'altra ora di cammino e un passaggio finale offertoci da un fuoristrada (che non fa che acuire la nostalgia per Davidone e le sue gomme termiche) ci permette di ricongiungerci con l’amata macchina. E’ allora che un grido inaspettato si leva da un bracciante locale e squarcia la silenziosa valle:”evviva i veri turisti della montagna”.

Spiedino  e la sua birra ci stringono in un gelido abbraccio prima di riconsegnarci alle luci della città.

giovedì 26 gennaio 2012

A presto amore mio. La travagliata vicenda sentimentale con una montagna.

Le più intense e travolgenti storie d’amore nascono in modi assai strani. Kurt Cobain incontrò casualmente Courtney Love a Chicago mentre lei era giunta in città “per scoparsi Billy Corgan degli Smashing Pumpkins quando aveva ancora i capelli”.Finirono in un hotel, fecero l’amore e concepirono la loro figlia Frances. Gianni Alemanno e Isabella Rauti si conobbero davanti all’ambasciata sovietica a Roma:lei gli chiese da accendere, lui gli passò una molotov. San Francesco d’Assisi invece accolse la diciottenne Santa Chiara che fuggiva dalla casa paterna nella chiesa della Porziuncola: le rasò i capelli, l’avvolse in un saio e insieme viaggiarono per le vie dello spirito.

Il mio cuore ha iniziato a battere forte durante una riunione di lavoro quando una collega parlando di non so quale diavolo di business case disse: ”possiamo aggirare il problema o …. abbatterlo, come volevano fare con il Monte Velino quando dovevano costruire l’autostrada per collegare Roma a Pescara”.

 L’immagine di questa povera montagna presa a cannonate da un manipolo di carri armati guidati da Remo Gasperi si impadronì violentemente dei miei pensieri. Sono ostile a qualsiasi tentativo di addomesticamento dei monti da parte dell’uomo esploratore, escursionista o sportivo;banalmente mi fa incazzare la manomissione della natura a scopo di lucro o anche semplicemente per fini più nobili; ma polverizzare una  mostruosa quantità di roccia lanciata verso il cielo per raccogliere voti mi proiettava in una nuova e mai esplorata dimensione del concetto di odio. Sconvolto corsi a casa a localizzare questa scampata vittima del vilissimo, anche se solo pensato, sopruso e un paio di giorni dopo  osservavo languidamente da Massa d’Albe la mia nuova amata:




Il Velino, come riportato nel sito http://www.montevelinogev.it/degli eroici escursionisti locali è “ un gruppo montuso trivettale, che raggiunge le sue massime elevazioni con il Monte Velino (m. 2.487), Monte Cafornia (m. 2.409) e Monte Sevìce (m. 2.355).E’ visibile nella sua interezza solo da Magliano dei Marsi  per la posizione convessa che assume nel versante Marsicano”.
   

Il primo tentativo che feci di raggiungere la terza cima degli Appennini (segue sua maestà Gran Sasso e la regina Maiella) fu nel dicembre del 2009. Più che di escursione si trattò di un vero e proprio assalto kamikaze: mal equipaggiato, privo d’acqua, tentai il colpo partendo da Massa d’Albe e con comodi 1.600 metri di dislivello da percorre. Il Velino mi respinse vomitevole per tanta audacia e incoscienza nei pressi del Canalino, graziandomi e facendomi sfiorare da un cinghiale che inseguiva un uccello. Tornai a casa a studiare .Compresi che la via corretta per provare ad avvicinarsi era quella della Vallone di Sevìce partendo da Santa Maria in Valle Proclaneta. Provai altre due volte:durante la prima escursione incontrai 2 cervi ma persi un polmone, la seconda mi portò vicino a qualche nuvola e al rifugio Capanna di Sevìce. In tre passeggiate della cima del Velino e della sua buffa croce nessun segno. E così silenziosamente e con pudore si  fece strada in me  l’idea della rinuncia.

Per questa ragione la gita pianificata per domenica 27 novembre è da me genericamente classificata sotto la voce “escursione nel Parco regionale Sirente Velino”. L’aspettativa del fatale incontro è molto forte ma la camuffo sotto una spessa coltre di preoccupazione e pensieri vari. Alle 6:45 mi incammino lungo il sentiero N.3. L’alba benedice i miei passi e il Monte Sevìce:




Nonostante Il tempo sia meraviglioso la giornata non sembra delle più propizie:ho problemi con la borraccia, i lacci delle scarpe, le mutande, la gola e a giudicare dai polmoni e dalla fatica che faccio ad avanzare Dio deve averne qualcuno con me. Dopo circa venti minuti di patemi riesco finalmente a ricompormi e a spezzare il fiato; mente mi godo il piccolo successo un bolide rosso vestito, dalle sembianza umane si avvicina pericolosamente alle chiappe. Precedendo l’esplosione della mia diffidenza un simpatico volontario del G.E.V. mi supera sorridendo e mi informa che sta andando a chiudere il rifugio Capanna di Sevìce e soprattutto che non è intenzionato a dedicarmi un ulteriore secondo della sua scalata/vita. Io lo guardo andare via sognando di essere come lui quando diventerò grande.

Il brevissimo incontro mi mette di buon umore:con ottimo passo esco dal Vallone, costeggio il Monte Rozza, transito di fronte alla Fontana e alle 9:00 in punto sono sulla Selletta dei Cavalli. Prima stramazzo a terra, poi mi godo la vista: versante nord del Sevìce completamente imbiancato alla mia destra, le Tre Sorelle di fronte, la Val di Teve a sinistra; del Velino nessuna traccia. La copiosa neve che copre le pareti delle montagne che osservo sembrerebbe una buona ragione per ritenersi completamente soddisfatti della sgambettata fatta (1.000 metri di ascesa per i miei fan amanti della statistiche alla Rino Tommasi ) e ritornare a Rosciolo. Ma una strana forza mi convince ad arrampicarmi lungo il ghiaccio morbido della cresta che costeggia il circo glaciale di Fossa Cavallo. Mentre penso di essere un cretino osservo salendo la Croce del Sevìce che è di fronte ai miei occhi;faccio qualche passo in avanti, respiro ed effettuando una torsione di 45° vengo investito da un fascio di luce. Dimenticatevi di San Paolo e Damasco, la Vocazione di San Matteo dipinta dal Caravaggio, l’astronave di Guerre Stellari. Il Monte Velino è davanti a me e mi saluta:




Mi genufletto,comincio a pizzicarmi convulsamente le braccia, bevo un goccio di grappa dalla fischietta (che insieme ai precedenti consumi di mandarini, cioccolata, formaggio e gatorade rende la mia bocca qualcosa di molto vicino al reattore di Fukushima)e sopratutto salto. Inizio a costeggiare il Vallone dei Briganti e i suoi grandiosi brecciai diretto verso la Vetta ma è allora che mi rendo conto di essere impresentabile per l’incontro con la mia amata: le gambe mi tremano dalla stanchezza , la respirazione ricorda quella di un carlino con un brutto enfisema polmonare e i  capelli sono terribilmente in disordine. Arrivare  al suo cospetto rantolante e incapace del necessario contegno?E’ allora che si consuma la scena che Sergio Leone avrebbe sempre voluto girare: il silenzio totale rotto da un sasso che rotola,un breve magnetico sguardo d’ intesa su un futuro e generico appuntamento, l’ulteriore conferma, le spalle del sottoscritto che si girano e i piedi che iniziano a muoversi nella direzione opposta della parete rocciosa. A presto amore mio.  

martedì 24 gennaio 2012

In montibus gaudium



(…)Pur c’è chi vive; per le balze impervie
del Velino massiccio
che vide Roma con i Marsi indomiti
scendere a patti e il biondo Svevo in lacrime.

Virginio Emanuele Laurini

lunedì 23 gennaio 2012

¡No pasarán!

Tratto da repubblica.it 




Incendi, bombe, buste con pallottole.
La malavita all'attacco del Circeo 

di ANTONIO CIANCIULLO

Pressioni e minacce contro chi è chiamato alla tutela dei 22 chilometri di costa laziale praticamente intatta. L'abusivismo le prova tutte in attesa delle sanatorie. La difesa di un modello economico che ha al centro i valori della natura che possono essere messi a fruttoUn ordigno incendiario con 8 inneschi davanti alla sede del parco del Circeo. Due pallottole inviate al presidente del parco del Pollino. Migliaia di richieste di sanatoria pendenti nei territori sotto tutela. Villette travestite da serra che spuntano fidando nel prossimo condono. E' dura la vita degli ambientalisti nell'era delle norme edilizie fluttuanti e dei piani casa che suggeriscono allargamenti fino a ieri proibiti. Ed è dura in particolare nelle regioni in cui gli interessi della criminalità organizzata sono in espansione.

"In alcune zone la crescita della tensione è palpabile", spiega Giampiero Sammuri, presidente di Federparchi. "Penso al Cilento, dove Angelo Vassallo, il sindaco che si opponeva alla speculazione edilizia che premeva sul parco, è stato assassinato. Al Pollino delle intimidazioni contro il presidente, che ha ricevuto una busta con due pallottole. Ai roghi usati come arma di pressione. E a molti altri casi in rispettare la legge diventa pericoloso" L'ultimo e più evidente di questi casi è il Circeo, un parco pioniere che rischia di essere travolto dalla pressione di chi vuole mettere le mani su quei 22 chilometri di costa quasi intatta. Nato nel 1933, terzo dopo il Gran Paradiso e il parco d'Abruzzo, il Circeo ha resistito  -  sia pure con qualche fatica  -  all'assalto alla baionetta degli anni Sessanta: ha perso il tratto più settentrionale, divorato dalle case, ma la controffensiva di metà degli anni Settanta gli ha fatto guadagnare tre piccoli laghi nell'entroterra.

E' una storia che si può leggere anche senza un libro. Basta arrampicarsi sul promontorio della maga Circe per ottenere un colpo d'occhio più eloquente di un trattato. Il paesaggio è disegnato con precisione: la sagoma regolare della grande foresta planiziale, 3.500 ettari che costituiscono l'ultimo retaggio delle selve di pianura che coprivano l'Italia; il centro urbano di Sabaudia, un agglomerato senza sbavature; la linea delle dune, che si estende per 22 chilometri, spezzata solo da rarissime costruzioni. E poi, appena lo sguardo esce da questo mondo ordinato, si comprende il significato del termine "area protetta". Nei luoghi non tutelati lo sviluppo degli ultimi decenni non ha concesso quartiere: l'assedio del cemento, dell'asfalto, delle serre balza agli occhi. Il confine tra questi due mondi è netto, un tratto che segue i contorni del parco circoscrivendolo con precisione.

"Da queste parti la storia dell'abusivismo è lunga", racconta Sergio Zerunian, responsabile dell'ufficio territoriale per la biodiversità che la Forestale mantiene a Fogliano, accanto al giardino botanico creato dai Caetani alla fine dell'Ottocento. "Si è cominciato con gli interventi in aree molto delicate, con tracce di storia millenaria, si è andati avanti con la proliferazione dei posti barca e delle villette che alle volte vengono nascoste, durante i lavori, dietro gabbie di granturco o pareti di una finta serra".
E si va avanti ancora oggi con la moltiplicazione dei roghi nelle aree più pregiate del promontorio  -  che come ricorda il direttore del parco del Circeo Giuliano Tallone  -  hanno messo in pericolo anche le case vicine; con la pressione che ha portato a 3.500 domande di condono all'interno del parco; con l'attentato in pieno giorno che ha distrutto i materiali didattici davanti alla sede del parco. Tanto che il presidente della commissione urbanistica del Comune di Sabaudia, Francesco Sanna, parla di "piano preordinato". Chi sono i nemici del parco?

"Il proliferare di incendi e l'attentato vanno letti come un sintomo, un malessere. Un malessere che però è di pochi e nasce da un cambio di prospettiva non accettato", risponde Gaetano Benedetto, il presidente del parco del Circeo. "Proprio perché questo territorio si è salvato vale di più e gli investimenti hanno una redditività maggiore. Ma per passare da un modello usa e getta a un modello di valorizzazione bisogna rispettare le regole. A qualcuno dà fastidio? Noi riteniamo di fare gli interessi di chi vive nel parco arginando il nuovo cemento non previsto dai piani regolatori".

La scommessa  -  continua Benedetto - è costruire un sistema in cui la bellezza crea valore al di là dei vecchi modelli economici: "Il piano casa della Regione Lazio agisce in deroga al piano paesaggistico e blocca la legge salva coste, consentendo di aumentare le cubature. Ma qui non è applicabile perché una legge nazionale di salvaguardia non può essere vanificata da una legge regionale".

Da una parte il tentativo di realizzare un modello economico capace di far fruttare nel lungo periodo le risorse della natura, dall'altra un coagulo di interessi in cui trovano spazio anche i clan. "La malavita organizzata, come dimostrano le inchieste sui Casalesi e sulla 'ndrangheta, ha deciso che questo territorio deve diventare uno dei centri di riciclaggio del denaro sporco", precisa Marco Omizzolo, di Legambiente. "Pressioni di tutti i tipi sono in aumento nel Lazio: molti parchi vivono una fase di asfissia economica voluta,  altri sono commissariati, altri sono coinvolti nelle inchieste sul ciclo illegale dei rifiuti. Anche Ventotene, nell'arcipelago di fronte al Circeo, un'isola con straordinarie potenzialità, da anni è oggetto di speculazioni e di progetti proposti dalle amministrazioni locali che vanno in senso contrario alla tutela sbandierata: l'ultimo è il costosissimo tunnel che dovrebbe devastare l'isola per far più posto alle macchine".

Parliamo di un'area in cui è stato costituito un "vero sistema criminale che Libera, l'associazione antimafia presieduta da don Ciotti, non ha esitato a chiamare la Quinta mafia", aggiunge il deputato Pd Ermete Realacci in un'interrogazione parlamentare in cui si elencano molti episodi di intimidazioni e aggressioni contro funzionari di polizia e dirigenti del Comune di San felice Circeo e di Sabaudia. "Una mafia che ha soprattutto nel ciclo del cemento la sua manifestazione più eclatante. Basti pensare che stando ai dati delle forze dell'ordine nel parco nazionale del Circeo sono 1 milione e 200.000 i metri cubi fuori legge, 2 abusi edili per ogni ettaro. Secondo gli investigatori una parte è imputabile, direttamente o indirettamente, a esponenti della malavita organizzata e a quel sottobosco politico-economico che sta suscitando grande attenzione negli inquirenti".

21 ottobre 2011

venerdì 20 gennaio 2012

Monte Catria – Monte Cucco. Sunday bloody Sunday.


Con l’arrivo dell’estate anche “le montagne di roma” decide di varcare gli angusti confini del Grande Raccordo Anulare per scoprire nuovi sentieri e impervie salite. Scartata l’ipotesi di un tour negli 8.000 asiatici (stimolanti ma alla lunga noiosi), escluso il visto e rivisto treeking nell’alto-atlante marocchino,evitati come la peste i “romani con il bastone” (cit. smuggler) che devastano le Alpi decido infine di percorrere la sempre affascinante Via Flaminia.

Arrivo così alle 10 a.m. circa di un fresco 14 agosto 2011 (temperatura media che si attesta intorno ai 46°) in località Valdorbia, una delle pendici umbre del Monte Catria. Prendo un caffè,riempio d’acqua bollente la borraccia e mi incammino.Prima però comunico le ultime disposizioni testamentarie al mio notaio visto l’ambizioso progetto messo in essere: raggiungere prima il Corno e poi la vetta del monte passando per la scopertissima, temutissima, insidiosissima et infamissima Cresta del Catria,meglio conosciuta come la Pearl Harbor dell’escursionismo. Il grado di difficoltà segnalato è EE (comincio comunque a farmi un idea del livello di approssimazione di questa classificazione: si passa dalle scale del mio condomino ai più inespugnabili contrafforti andini) mentre la descrizione dell’itinerario sul sito del parco si limita a raccomandare di “utilizzare massima prudenza e percorrerlo solo in condizioni climatiche ideali: assenza di vento, piogge e soprattutto nebbia e foschia “.Penso alla pioggia, alla nebbia e alla foschia mentre cammino e il sole incendia con perfidia tutto quello di infiammabile che indosso. Passeggio nel bosco cercando l’amica ombra ma la magia dura poco. Gli alberi finiscono e con malinconia osservo a sinistra la mia meta:



Accelero il passo lungo il sentiero N.29 e in pochi minuti raggiungo il bivio per Isola Fossara:qui si gira a sinistra, la salita è faticosa. Il verde si fa sempre più rado e superata una striscia di ginepri iniziano a materializzarsi le milionarie rocce calcaree:è il segnale che mi sto avvinando alla temibile Cresta che raggiungo in 15-20 minuti. Inizialmente passeggiare su questo corridoio di sassi con un abisso di circa 900 metri da entrambi i lati è quasi piacevole:il percorso è discretamente largo, il dislivello inesistente e i passaggi mai impegnativi. Maledico la mia ansia e le mie preoccupazioni mentre inizio a programmare la distruzione del panino al roast beef sulla vetta. Dopo un paio di minuti però chiamo mamma e l’avverto che farò tardi per cena:il corridoio spazioso si trasforma in uno stretto filo sospeso a strapiombo e la posizione eretta si fa rara perché il più delle volte avanzo a quattro zampe. Mi faccio comunque coraggio, supero un paio di punti critici e rinfrancato giungo di fronte a questo simpatico stacco:



Ora osservando questa roccia comodamente seduti di fronte al vostro fiammante Apple mentre consumate un delizioso Cosmopolitan preparato da Michele del bar Palombini immagino possiate pensare che scalarla sia cosa semplice. In loco la questione è più complessa, i dubbi mi assalgono, in un impeto di virilità mi avvento sulla nuda pietra ma a circa metà del passaggio faccio l’enorme cazzata di pensare a come scenderò al ritorno. Mi accuccio un po’ agitato su un sasso spazioso , i volti sorridenti dei miei figli mi schizzano davanti agli occhi, rifletto, e infine mi convinco che il roast beef di mia nonna non si guasta anche se mangiato qualche centinaio di metri più sotto. La sconfitta è consumata, dignitosamente giro le chiappe mentre un’aquila che vola in alto sembra urlarmi “hai fatto bene!!!!!!”.

L’amaro in bocca lasciatomi dalla passeggiata non scalfisce però la mia fame di boschi e montagne. Mi dirigo così verso il vicino Parco del Monte Cucco anche conosciuto come casa mia dove ho intenzione di campeggiare nell’amena località di Val di Ranco. Nonostante la forte affluenza di feccia umana (inizialmente penso alla presenza del Papa, poi rammento che è il 14 agosto)ritrovo luoghi molto amati: il silenzioso Monte Culumeo, l’incantata faggeta sotto il Pian delle Macinare, la pace della Fonte dell’acqua Fredda. Pianto la tenda e decido di andarmi a godere il tramonto al Decollo sud, una piccola pianura da cui si lanciano gli appassionati di deltaplano. Si tratta di un piccolo esercito che invade il Parco nei mesi estivi composto in maggioranza da francesi, tedeschi e olandesi che fino a ieri ignoravo educatamente;una piccola passeggiata nella vicina radura mi fa però scoprire che questi portatori di civiltà nord-europea e possessori di debito pubblico AAA+ non amano la mia montagna: il bosco dove vanno a cagare è un vasto tappeto di fazzoletti e altri rifiuti. Da oggi mi ritengo in guerra con loro e sbraitando mi allontano. L’unico sveglio che sembra capirmi è lui:




Seppellisco l’incazzatura sotto un supremo piatto di passatelli ai funghi e una bistecca di maiale dal buon Tobia (http://www.albergomontecucco.it/) , storico ristoratore di Val di Ranco. L’intenzione sarebbe quella di collassare meritatamente in tenda ma i balli, i fuochi e le chiacchiere dei giovani vicini mi catturano simpaticamente fino alle quattro del mattino.
E’ l’alba quando riparto.